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IN ENGLISH AFTER THE JUMP

Conclusa la conferenza di Bonn III si guarda avanti al prossimo grande appuntamento dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) in Bangkok, Tailandia, dove dal 28 di settembre al 9 di ottobre si terrà la nona sessione del AWG-KP e la settima sessione del AWF-LCA.

La speranza è che cambi qualcosa nei prossimi quattro mesi, che il processo negoziale acceleri e che non si continui a sentire lo stesso ritornello “qui procede tutto con lentezza”, poiché un accordo sul clima a Copenhagen non è affatto qualcosa di scontato.

Ma qual è la situazione attuale delle negoziazioni?

Gli argomenti principali sul quale si tratta sono la mitigazione, la riduzione delle emissioni derivate dalla deforestazione e dal degrado delle foreste (REDD), il trasferimento di tecnologie, l’adattamento e la finanza.

In particolare ci sono diverse complicazioni che riguardano la mitigazione, soprattutto rispetto agli obiettivi sul medio termine. I paesi in via di sviluppo vorrebbero degli obiettivi di riduzione delle emissioni forti, effettivi, vincolanti e a carattere economico.

L’Unione Europea sembrerebbe essere sulla stessa lunghezza d’onda, dato che ha dichiarato di essere disponibile a ridurre le emissioni del 30% per il 2020 rispetto i livelli del 1990, in presenza di un accordo globale. Ma il problema è che stati come Russia, Giappone e USA non sembrano essere disposti ad un “sacrificio”così alto.

Al momento i target Statunitensi dovrebbero consistere in una riduzione del solo 4% al di sotto dei livelli del 1990 per il 2020 (se la ACES – American Clean Energy and Security Act – diventa legge), mentre il Giappone ha sì ulteriormente ridotto i propri target di Kyoto, ma solo di due punti percentuali e quindi un misero 8% di riduzione complessiva per il 2020 rispetto ai livelli del 1990.
La Russia ha posto come obiettivo una riduzione del 10-15% rispetto al 1990, sempre per il 2020.

Al tempo stesso i paesi sviluppati vogliono garanzie sui paesi in via di sviluppo: vorrebbero che le azioni intraprese da questi ultimi sui cambiamenti climatici, come i “Piani Nazionali di Azione di Mitigazione (NAMAS)”, abbiamo una maggiore valenza, che siano dei veri e propri impegni.

Questa situazione può essere paragonata ad una partita di poker (dato che ultimamente nel nostro paese sembrerebbe essere scoppiata la “texas hold’em-mania”): tutti i paesi sono li con le loro carte coperte in mano, aspettando che gli altri puntino per poi scoprire il loro reale gioco, e quindi puntare poi di conseguenza.

Si temporeggia anche sul REDD: quasi il 20% del surriscaldamento climatico globale deriva dalla deforestazione, e in particolare la riduzione delle emissioni conseguenti dalla deforestazione nei tropici rappresenta circa il 50% del potenziale di mitigazione relativo alle foreste.

I paesi ricchi dovrebbero uscire allo scoperto e dire quanti fondi vorrebbero stanziare per ridurre la deforestazione nei più poveri, dato che vaste foreste risiedono proprio in questi paesi, dove la deforestazione rappresenta purtroppo una delle principali (ma momentanee) fonti di reddito.

Il problema principale del trasferimento di tecnologie consiste nel come trasferire la tecnologia piuttosto che effettuare un semplice investimento in denaro. I paesi in via di sviluppo vorrebbero i che vengano resi liberi i diritti di proprietà intellettuale (IPR) e che siano dati incentivi per il trasferimento dei brevetti anche nei paesi in via di sviluppo, mentre i paesi sviluppati vogliono mantenere il sistema delle proprietà intellettuali così com’è.

Il discorso sull’adattamento è anch’esso complicato. Anche se molti paesi stanno adottando misure per adattarsi ai cambiamenti climatici, in realtà c’è la mancanza di un’azione coordinata globale riguardo molteplici aspetti, come un fondo economico comune, un piano per i rifugiati climatici o la difficoltà nel trovare una metodologia comune per differenziare misure di adattamento ai cambiamenti climatici rispetto alle normali attività di sviluppo.

Per ultimo, ma certamente non in ordine di importanza, c’è la questione finanziaria.

Quanto deve essere finanziato, chi deve pagare, dove, a chi, etc.?
I paesi in via di sviluppo chiedono che siamo stanziati 100 miliardi di dollari all’anno in un fondo sul clima attraverso contributi diretti dai paesi più ricchi. I paesi sviluppati vorrebbero che questi soldi siano ricavati dai meccanismi di mercato.
Ci sono circa 190 paesi che attualmente “giocano” a questa partita di poker. Attualmente lo stato delle cose ci dice che sarà difficile trovare un accordo post 2012 a Copenhagen, poiché per ora ancora nessuno punta e scopre proprio gioco, ma come in ogni partita di poker nulla è detto fino l’ultima mano.

As the Bonn III conference is over we have to look ahead to the next UNFCCC meeting (United Nations Framework Convention on Climate Change) in Bangkok, Thailand, where from the 28th of September to the 9th of October will be held the ninth session of the AWG-KP and seventh session of the AWF-LCA.

The hope is that things will change in the next four months, that the negotiation process will speed up and we will not listen the same refrain again “here things are proceeding very slowly”, because an agreement on climate change in Copenhagen is not granted.
But what is the actual state of the negotiations?

The main issues are: mitigation, reducing emissions from deforestation and forest degradation (REDD), technology transfer, adaptation and finance.

There are many issues regarding mitigation, especially about middle term targets. Developing countries would like strong, effective, legally binding and economy-wide emission reduction targets.

The EU seems to agree with them, making a pledge in which it is said that EU is willing to cut the emission by 30% by 2020 on 1990 levels, if there is a global agreement. But countries as Russia, Japan and USA doesn’t seem to be keen on such a “sacrifice”.

At the moment the US targets consist on a reduction by 4% on 1990 levels by 2020 (if ACES – American Clean Energy and Security Act – become law), while Japan has actually reduced its emission targets set in Kyoto, but only adding a two per cent reduction so to have a ridiculous 8%emission reduction targets by 2020 on 1990 levels.

Russia fixed its targets by a 10%-15% emission reduction on 1990 levels, always by 2020.

On the same level the developed countries want warranties on the developing countries: they would like that actions made by the developing world on climate change, as the “ National Measurement Accreditation Service (NAMAS)”, should be binding as well, as real commitments.
It looks like poker (as lately seems that a“texas hold’em-mania”is spreading all around our country): all the countries are not showing their cards, they are just waiting for the others to bet so to find out their game, and then bet on it.

The parts are taking time on REDD: about the 20% of global warming is a consequence of deforestation, in particular the emission reduction depending on deforestation in tropical areas represents around the 50% of forest-related mitigation potential.

The richest countries should come out and say how much money are they willing to found to reduce deforestation in poorest countries, as vast amount of the forests are located in these countries, where deforestation sadly represents one on the main (but temporary) source of income.

The main issue of technology transfer is how to transfer technology instead of just give money to the developing countries. Developing countries would like to have the intellectual property rights (IPR) relaxed, and that would be given incentives to transfer patent in developing countries as well, while developed countries want to keep the current IPR system as it is.

The situation on adaptation is complicated as well. Even if many countries are already adopting measures to adapt themselves to climate change, there is a lack on a coordinated global action regarding many aspects, as a plan for climate refugees, a global adaptation fund or as Stacy Feldman wrote the lack of mutual understanding or indicators on how to differentiate adaptation actions in response to climate change from development activities.

Last but not least, there is the financial issue. How much money is needed, who ha sto pay, when, to who, where, etc.?

Developing countries ask for 100 billion dollars per year to create a climate fund with direct contributions from rich countries. Developed countries want this money to come from market mechanism. There are around 190 countries that are “playing” this poker game.

At the state of things it is difficult to say that a post 2012 agreement will be find in Copenhagen, as everyone doesn’t want to unfold his cards and to bargain, but like in every poker game nothing is written until the last hand.

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